Archivio di maggio 2013

Come funzionava il congresso PD

mercoledì 1 maggio 2013

Su twitter mi hanno chiesto come funziona l’elezione del segretario del PD, che si dovrà tenere a breve per sostituire Bersani. Si può dire che nel 2009, quando è stato eletto Bersani, si è fatto così:

  1. Prima fase riservata agli iscritti al partito per “pre-selezionare” la candidature.
  2. Elezioni primarie per i candidati al ruolo di segretario, aperte a tutti i cittadini che volevano partecipare, firmando il consenso al trattamento dei dati e versando 1 euro; con queste elezioni si votava il candidato, ma si eleggevano in realtà dei delegati all’assemblea nazionale, come tendenzialmente succede in USA.
  3. I delegati, riuniti all’assemblea nazionale, hanno eletto il segretario.

Le fasi, che sembrano un po’ macchinose, in realtà servono ad equilibrare il contributo degli iscritti e quello degli elettori. Di fatto è stato eletto Bersani, che ha vinto le primarie con oltre il 50% dei voti, contro Franceschini e Marino. Ragionevolmente, solo se avesse preso meno del 50% dei voti, i delegati all’assemblea nazionale avrebbero potuto modificare il risultato delle primarie, perché avrebbero dovuto accordarsi tra loro per dare una maggioranza ad una persona. D’altra parte, la prima fase riservata agli iscritti serve proprio ad evitare il proliferare di candidati e ad ammettere alle elezioni primarie solo quelli che abbiano passato il vaglio del partito e che abbiano un minimo di consenso.

In definitiva, a mio avviso, complicato, ma equilibrato. Tra l’altro, complicato solo per gli iscritti al partito, ma per i comuni elettori in realtà molto semplice: vai, firmi, voti. Basta.

Potrebbe aprirsi una discussione molto importante sul fatto che si vocifera vogliano cambiare queste regole, eliminando le primarie aperte agli elettori, addirittura risevandole ai soli iscritti. Probabilmente la aprirò in un qualche post successivo. Ma anticipo che lo troverei scandaloso.

Civati e la fiducia a Letta

mercoledì 1 maggio 2013

pippo_civati_twitter

In questi giorni il PD ha completato l’inversione ad U rispetto a qualche settimana fa: non più “governo del cambiamento” e “mai col PdL”, ma “large intese” e governo con Alfano e tutti gli altri dell’allegra combriccola.

La maggior parte della dirigenza del PD, mentre la base si lamentava, ha accettato in silenzio, con soddisfazione (più o meno nascosta) o con rassegnazione. Pochi hanno manifestato il loro dissenso. Pippo Civati è forse l’unico del PD che è arrivato al punto di non votare la fiducia al governo Letta, e qui ne spiega il motivo. Lo capisco e lo accetto.

Tuttavia io avrei agito diversamente. A mio avviso, a quel punto sarebbe stato giusto votare la fiducia; era giusto dare battaglia, come è stato, all’assemblea del gruppo parlamentare, ma poi mi sarei adeguato alla linea comune, pur mantenendo una riserva e manifestando il dissenso; perché se poi Civati vuole battersi al congresso e diventare segretario di un partito capace di contenere anime diverse è quella la linea: discutere anche aspramente e a viso aperto, ma poi fare una sintesi. Per essere chiari: non trovo utile l’idea della scissione.

Queste considerazioni non riducono affatto il mio giudizio assolutamente negativo sul modo col quale siamo arrivati a quel punto: il cambio repentino di direzione politica del PD, non spiegato e non discusso, ma deciso solo in poche stanze, con la proposta di Marini; lo scandaloso impallinamento di Prodi ad opera dei 101 anonimi; il seguente nuovo cambio di direzione, con Bersani a pregare Napolitano di ripresentarsi ancora una volta senza aver condiviso coi parlamentari tale linea (le alternative c’erano: capire chi erano i 101 e perché avevano fatto così, insistere su Prodi, convergere su Rodotà, sfidare i grillini su Zagrebelsky, etc.).

Posso accettare che il PD abbia l’abitudine di cercare gli accordi prima delle riunioni, ma non lo condivido: sarebbe stato giusto prendere le decisioni nei luoghi deputati allo scopo, non nei corridoi per poi farle ratificare alle riunioni. Quello che, però, non posso accettare, ed evidentemente neppure Civati, è che l’accordo prima delle riunioni venga cercato tra pochi, e non tra tutti; che un parlamentare come lui, che non fa parte di nessuna corrente, non sia interpellato e non abbia nessuna voce in capitolo. E’ assurdo ed è profondamente sbagliato e anti-democratico; quando, invece, il partito si chiama proprio democratico.

Ritengo che il modo sia anche la critica più forte che fa Civati e il motivo vero per il quale non ha ceduto e non ha votato la fiducia. Chiudo con le sue parole a sostegno di questa affermazione:

Ho però preferito dichiararmi contrario, perché non è il momento di «votare sì per dire no», perché mai come oggi la mancanza di dibattito è stata fatale, perché la chiarezza è il primo mandato che abbiamo ricevuto dai nostri elettori. Che tutto si sarebbero aspettati, tranne lo spettacolo degli ultimi giorni e l’esplosione delle contraddizioni di un partito che non sapeva dove andare. O forse lo sapeva benissimo, ma non aveva mai trovato le parole per dichiararlo (ammetterlo?) e il coraggio di pronunciarle, se non per “interposto Napolitano”. E non è serio e non è bello nemmeno questo.


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