Il mercato del lavoro italiano è uno schifo e vale la pena spendere due parole per distinguere i concetti di flessibilità e precarietà, almeno per come li intendo io.
Un mercato del lavoro flessibile è accettabile e desiderabile. Un mercato del lavoro precario è accettabile soltanto se molto flessibile.
Ritengo che con la parola flessibilità si possa identificare la facilità che un lavoratore ha nel cercare un lavoro nuovo. Se è facile cambiare occupazione, spostarsi da una città all’altra, mettere a frutto l’esperienza acquisita altrove in un occupazione di maggior prestigio, allora c’è flessibilità. Un tempo, si faceva carriera all’interno dello stesso contesto. Ritengo che in un contesto di flessibilità dovrebbe essere più facile far carriera se disponibili a cambiare.
Precarietà significa, invece, mancanza di certezza di un posto di lavoro, qualcosa di completamente diverso. E’ evidente che in Italia ci sia, soprattutto per i giovani come me, un livello di precarietà terribile, con uno squilibrio di diritti tra gli assunti in anni precedenti, che possono fare qualunque cosa (compreso rubare nelle valigie degli aerei) senza perdere il posto, e i nuovi “assunti”, che possono fare qualunque cosa (compreso lavorare 18 ore al giorno gratis) e comunque non avranno mai la certezza di un posto.
Una situazione del genere spero che prima o poi esploda. Quando i precari raggiungeranno i 40 anni, con una famiglia sulle spalle, e non riusciranno più a lavorare perché le aziende preferiranno sfruttare i neolaureati, avranno ancora la forza di ribellarsi?
Il concetto chiave è che il costo della precarietà deve essere sostenuto dallo stato e non dai lavoratori. Solo in questo modo diventa possibile sfruttare la precarietà per dare nuovo slancio all’econonomia.flessibilitàprecarietàlavoro
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